Agli albori dell’Universo

Circa sei anni fa ho scritto un post intitolato Distanze in cui facevo alcune riflessioni su una immagine, denominata UDF (Ultra Deep Field), scattata dal telescopio spaziale Hubble ad una minuscola porzione di cielo apparentemente vuota, che è situata nella costellazione Fornace.
Lungi dall’essere vuota, quella porzione di cielo ha mostrato la presenza di migliaia di galassie, le più antiche delle quali risalgono ad appena 800’000’000 di anni dopo la nascita dell’Universo.

Ora Hubble ha fatto un ulteriore passo avanti (o indietro nel tempo, se vogliamo).

Combinando assieme 10 anni di fotografie di un pezzettino ancora più piccolo di cielo, all’interno dell’ UDF, ha ottenuto un’immagine ancora più spettacolare, chiamata questa volta XDF (eXtreme Deep Field).
In questa immagine si riescono a vedere galassie di una luminosità debolissima, le più deboli delle quali hanno una luminosità di un decimiliardesimo della minima luminosità che l’occhio umano può vedere.

XDF è l’immagine del cielo più profondo mai ottenuta e rivela le galassie più deboli e più distanti mai viste.

L’universo ha 13.7 miliardi di anni, e XDF mostra galassie vecchie di 13.2 miliardi di anni. La maggior parte delle galassie appaiono come erano da giovani, piccole, e in crescita spesso violenta  a seguito di collisioni e fusioni reciproche.
L’universo primordiale era un momento di nascita drammatica per le galassie con la presenza di stelle straordinariamente più luminose del nostro Sole.
La luce di quegli eventi passati è appena arrivata sulla Terra, e così  XDF è come un tunnel temporale che arriva nel lontano passato. La più giovane galassia trovata esisteva appena 450 milioni di anni dopo nascita dell’Universo con il Big Bang ed è la più antica galassia mai scoperta fino ad oggi.

Questo record è però destinato ad essere superato non appena Hubble verrà sostituito col nuovo telescopio spaziale Webb che riuscirà a vedere galassie ancora più deboli e a spingersi così fino a poche centinaia di milioni di anni dalla nascita dell’Universo, quando la luce cominciava faticosamente ad emergere fuori dall’impenetrabile magma primordiale.

 

Rif: Hubble Goes to the eXtreme to Assemble Farthest Ever View of the Universe

Una striscia di gesso

SPAZIO – Forse per i comuni mortali non è così eccitante e non cambierà di una virgola la giornata, ma per Steve Squyres della Cornell University “è una notizia che fa balzare i geologi dalla…

http://oggiscienza.wordpress.com/2011/12/09/una-striscia-di-gesso/

(tramite IFTTT)

Gliese 581 c

Pochi giorni fa i media si sono riempiti di titoloni riguardanti la scoperta di un pianeta gemello della Terra.

Salutato come uno degli eventi storici più importanti, è stato oggetto alla fin fine soltanto di un filosofeggiare spicciolo e irritante e di improbabili voli pindarici, in quanto in sè c’era poco da dire per riempire un articolo rivolto al volgo che, chissà perché, secondo i media ha bisogno di sognare e non di conoscere i fatti.

Gliese 581 c, è questo il nome del pianeta, è veramente una importante scoperta, ma essenzialmente perché ha mostrato le potenzialità di un sistema di rilevamento sofisticato che può dare notevoli frutti nella nostra conoscenza dell’universo, arrivando per la prima volta ad identificare un pianeta piccolo su un altro sistema solare (fin’ora gli unici pianeti scoperti erano giganti della stazza di Giove).

Quello che i media non hanno sottolineato a sufficienza è che in realtà nessuno di questi pianeti è stato veramente avvistato. Le metodologie utilizzate permettono l’individuazione e la determinazione di certe caratteristiche di un pianeta in maniera deduttiva, ma non la sua visione diretta.

Gliese 581 c probabilmente esiste perché la sua presenza, con quelle caratteristiche, è l’unica spiegazione di minuscole anomalie nel comportamento della stella Gliese 581. Che è il vero oggetto dell’osservazione.

Gliese 581 è un sistema planetario, già oggetto di indagine, distante da noi 20,5 anni luce. Praticamente nel nostro giardino di casa secondo molti giornali.

Da un punto di vista astronomico è veramente vicina, ma, salvo rivoluzionarie scoperte nella propulsione delle astronavi, difficilmente potremo andare a dare un’occhiata di persona al nostro pianeta gemello.

Ciò che ha scatenato le fantasie più sfrenate è però il fatto che questo pianeta si trova nella cosiddetta fascia abitabile, rispetto alla sua stella. La fascia abitabile è quella distanza teorica da una stella che permette la presenza di acqua allo stato liquido su un pianeta che vi si trovasse.

Essendo però Gliese 581 una nana rossa, la sua temperatura è piuttosto bassa al confronto del nostro sole e questo fa sì che la fascia abitabile sia molto vicina, così Gliese 581 c, pur essendo ad una distanza dalla stella inferiore a quella di Mercurio rispetto al Sole, non arrostisce, ma in teoria potrebbe permettere la vita perché la sua temperatura in superficie oscillerebbe tra 0 e 40°C.

Qui però termina l’entusiasmo, perché un’occhiata più attenta ai dati smorza molto le prospettive di incontro con gli omini verdi o di una possibile colonizzazione da parte nostra, come ipotizzato da diversi giornali.

Intanto Gliese 581 è una stella variabile, il che vuol dire che la sua temperatura varia in continuazione e questo sarebbe un grande problema per mantenere la vita (almeno come la intendiamo noi) per la quale la stabilità termica è condizione indispensabile (basti vedere al disagio che stiamo vivendo per un surriscaldamento della Terra di appena un paio di gradi).

La vicinanza alla stella probabilmente blocca, per effetto marea, la rotazione del pianeta facendo sì che questo mostri sempre la stessa faccia al suo astro (come fa Mercurio con il Sole o la Luna con la Terra), ciò vorrebbe dire che una faccia è bruciata e l’altra è congelata. Solo nella linea di penombra ci sarebbero le condizioni giuste di temperatura per la vita.
Questa stessa vicinanza fa sì poi che un anno duri appena 13 giorni e questo ci creerebbe un certo disagio nella scelta dell’abbigliamento nel caso stessimo pensando di andarlo a colonizzare. Operazione alla portata soltanto delle taglie più piccole in ogni caso, visto che abitare là comporterebbe un aumento del proprio peso più del doppio (hai voglia a fare la dieta, quindi non invitatemi).

Comunque se proprio ci vogliamo andare dobbiamo cominciare a preparare le valige, perché coi mezzi attualmente a disposizione impiegheremmo quasi 400 anni ad arrivare ed è bene perciò partire per tempo.

Rif.
Gliese 581c in Wikipedia
Attorno a Gliese 581, nella Bilancia, orbita un pianeta di tipo terrestre
Terra in vista… forse

Gli UFO non esistono

Poi Dio disse: Facciamo l’Uomo a nostra immagine e somiglianza, chè domini i pesci del mare, i volatili del cielo, le bestie, e tutta la terra, e tutti i rettili che strisciano sopra la terra. Dio creò l’uomo a sua immagine, lo creò a immagine di Dio, li creò maschio e femmina.

(Genesi I, 26)

Benché la definizione di UFO (oggetto volante non identificato) non postuli la natura dell’oggetto, ma ne evidenzi solo la mancata identificazione, con il termine UFO ci si riferisce in genere agli oggetti volanti che l’osservatore non è riuscito a ricondurre a qualcosa di conosciuto e di cui si ipotizza l’origine extraterrestre.

fonte: wikipedia

Quando diedi il mio primo bacio ad una ragazzina, dissi che l’unica cosa che a quel punto mi mancava per essere completamente felice era di vedere un UFO.
Lei lo prese per un complimento, ma la realtà era che io credevo davvero che avrei potuto vederne uno, prima o poi.
Ero un divoratore di libri di fantascienza e, tra i grandi autori, avevo una vera e propria venerazione per Isaac Asimov, che tra l’altro era anche un grandissimo divulgatore scientifico. E fu proprio un suo scritto di divulgazione che mi aprì gli occhi: gli UFO non esistono.

Per valutare le reali possibilità di un incontro con una civiltà aliena dobbiamo prendere in considerazione alcuni punti che gli indefessi assertori dell’esistenza di omini più o meno verdi spesso ignorano o fanno finta di ignorare.

Le distanze.
Come già esposto nel mio precedente intervento Distanze, alla luce delle nostre attuali conoscenze (che sono le uniche a cui appellarci per fare un discorso serio) le distanze intergalattiche sono incolmabili.

La galassia di Andromeda dista da noi 2,5 milioni di anni luce (distanza impossibile da definire in Km). Tra andata e ritorno, viaggiando appunto alla velocità della luce, ci occorrerebbero 5’000’000 di anni, un numero di generazioni ben superiore a quante sono già passate da quando è nato l’homo sapiens (circa 150’000 anni).
Andromeda intanto ci sta venendo incontro ad una velocità 100 volte maggiore della massima velocità che possiamo raggiungere noi oggigiorno.
E ci sarà addosso solo fra tre miliardi di anni!

E’ quindi da escludere che qualcuno sia arrivato fino a noi da quella galassia, che è una delle più vicine, men che meno dagli altri miliardi di galassie più distanti. Questo indipendentemente dal fatto che ci possano essere forme di vita extragalattiche.

Dovremo perciò focalizzare la nostra attenzione sulla sola Via Lattea.
Se ci sono degli UFO possono venire solo da una stella della nostra galassia.

Anche se consideriamo la sola Via Lattea le distanze non ci aiutano comunque.
Noi ci troviamo all’incirca a metà di uno dei bracci a spirale e questo vuol dire che, volando alla velocità della luce (cosa comunque impossibile) impiegheremmo circa 25’000 anni per raggiungerne il centro o la periferia.

Per raggiungere invece la stella a noi più vicina avremmo bisogno di 5 anni circa. Senza contare il tempo che dovremmo impiegare per metterci alla ricerca di un pianeta abitato. E senza contare che la stella a noi più vicina, Proxima Centauri, è una piccola debole stella inadatta a favorire la nascita di forme di vita (sia pur elementari) su un qualsiasi pianeta.
E’ quindi probabile che dovremo spostarci un po’ più in là verso Alpha Centauri, simile al nostro Sole, aggiungendo altri due anni al viaggio.

Stiamo parlando di velocità massime ideali (quelle della luce) che non potremo mai raggiungere, in realtà dobbiamo pensare realisticamente che un viaggio simile come minimo porti via centinaia di anni, sia per noi che vogliamo andare là, sia per gli UFO che vogliono arrivare qua.

Se ci sono degli UFO in giro devono avere per forza una base all’interno del nostro sistema solare. Non possono andare e venire in continuazione da casa loro a qui e viceversa.

La vita.
Attualmente l’unico pianeta del nostro sistema solare sul quale è nata la vita è la Terra.
Le ricerche condotte con le sonde non sono riuscite ad evidenziare nessuna altra forma di vita, neppure primordiale, in altri pianeti. E le prospettive future non sono affatto incoraggianti.
Non solo, ma anche sulla Terra la vita si è sviluppata grazie a tutta una serie di coincidenze favorevoli quali la temperatura giusta, l’atmosfera giusta, la gravità giusta, l’acqua. Anche la Luna, che si trova alla distanza giusta e con la giusta massa, è essenziale. Una luna diversa non sarebbe stata in grado di contribuire a stabilizzare la temperatura del nostro pianeta e a favorire quindi l’insorgere della vita. Basti pensare al fatto che una variazione di appena un paio di gradi, come quella che si sta verificando, ci sta mettendo in crisi.
Mettiamo poi nel conto anche che lo strato di ozono e pure il campo magnetico, cose che non tutti i pianeti hanno, proteggono la vita dalle micidiali radiazioni solari e cosmiche.

Insomma, fuori dal guscio della nostra atmosfera, l’universo non è un ambiente adatto alla vita, anzi è un ambiente implacabilmente sfavorevole a ogni forma di vita superiore (la possibilità che i batteri possano invece essere sparsi in ogni dove, è la base di  una teoria – la panspermia – che comunque non è ancora dimostrata).

Dobbiamo allora mettere in conto che non solo la vita complessa oltre il nostro pianeta sia rara, ma anche che non ci sia affatto. Quindi non ci si deve illudere di trovarla subito su Alpha Centauri. E’ probabilissimo che non ci sia niente nemmeno lì.

Il metabolismo.
Se diamo uno sguardo alle forme di vita diverse presenti sul nostro pianeta, ne possiamo contare milioni. Se aggiungiamo anche quelle estinte arriviamo a svariati miliardi.
Se tanta  diversità si è sviluppata in un unico ambiente comune, è ragionevole pensare che su un altro pianeta ce ne siano altrettante, ma tutte diverse dalle nostre, con metabolismi assolutamente differenti.

E’ quasi scontato perciò che un alieno non abbia una forma umanoide e anzi difficilmente si presenterà a noi anche solo con l’apparenza di un vertebrato. C’è da ipotizzare addirittura una nostra oggettiva difficoltà a riconoscerne uno.

Questo dettaglio sembra secondario, in realtà scardina la concezione religiosa monoteistica che vuole l’uomo a immagine e somiglianza di Dio.
O Dio ha creato l’uomo soltanto sul nostro pianeta (quindi non c’è nient’altro di intelligente nella restante infinità) oppure ha seminato l’universo di esseri intelligenti più o meno uguali a noi, in quanto immagine e somiglianza del creatore.
Ma questo, stando al meccanismo evolutivo stabilito dal creatore stesso, è un evento piuttosto improbabile.

Insomma se qualcuno ci spaccia una figura umanoide come aliena, possiamo tranquillamente tacciarlo di ciarlataneria con ottime possibilità di non sbagliarci. Diciamo dieci miliardi a uno?

Le dimensioni.
Anche su questo punto dobbiamo rifarci alla nostra esperienza. Le dimensioni degli organismi viventi variano e sono variate nel tempo in quantità incredibili.
Si passa dalle forme più minuscole e praticamente invisibili ai massicci dinosauri alti come grattacieli.

La possibilità che eventuali alieni siano pressapoco delle nostre dimensioni è sicuramente una delle più alte, tra quelle considerate negli altri punti. Rimane comunque una possibilità piuttosto scarsa.

E’ più facile che un alieno sia fisicamente più grande di noi, magari come una villa, se non proprio un grattacielo. Oppure è ancora più facile che sia decisamente più piccolo, come una formica o un pidocchio.

Le astronavi aliene potrebbero perciò essere gigantesche o piccolissime. Sembra però che la maggior parte di quelle che ci vengono mostrate come UFO siano decisamente “a misura d’uomo“.

Ciò vale ancora di più, incredibile coincidenza, per il loro equipaggio composto sempre di esseri appena un po’ più piccoli o un po’ più grandi di noi.

La comunicazione.
Basti pensare alle troppe forme di vita sulla terra con le quali non c’è possibilità di interazione.
Tutto il mondo vegetale per esempio. Noi sappiamo che ci sono le piante, ma loro ignorano completamente la nostra esistenza.
Questo è un fatto da considerare quando ipotizziamo di incontrare un alieno.

Non è solo una questione biologica. Abbiamo grosse difficoltà a relazionarci anche tra esseri umani, semplicemente a causa delle differenze culturali.
Queste differenze vanno messe nel conto e possiamo credere che nel caso di un incontro con una razza aliena siano decisamente più grandi. Addirittura insormontabili.

C’è quindi la possibilità che, pur incontrando una forma di vita aliena, non si sia in grado di instaurare una comunicazione con essa per troppa diversità.

L’evoluzione.
Fino a non tanto tempo fa si pensava all’evoluzione come ad un percorso della vita verso forme sempre più complesse al cui vertice stava l’intelligenza. Oggi ne sappiamo un po’ di più. In realtà l’evoluzione è un processo di adattamento alle mutate condizioni ambientali e per questo non necessariamente la vita evolve verso forme complesse o intelligenti, ma solo più adatte.

Nel nostro futuro non è detto che saremo per forza sostituiti da una specie più intelligente di noi o solo intelligente come noi. Un semplice albero potrà piantare le sue radici sulle rovine del Louvre, se sarà più adattato di noi a un drastico cambiamento ambientale.

L’ovvia conclusione è che se incontriamo una forma di vita aliena non è detto che sia intelligente, almeno ad un livello tale da poter instaurare un dialogo.

La possibilità di trovare un’altra intelligenza è una su svariati miliardi.

La tecnologia.
Non abbiamo esperienza di forme di vita intelligenti, a parte la nostra, e quindi non sappiamo a quali livelli una intelligenza possa arrivare e quali direzioni possa prendere.
Certo è che non è scontato che una intelligenza debba per forza evolvere in senso tecnologico, come abbiamo fatto noi.

Ci potrebbero essere forme intelligenti rivolte esclusivamente alla contemplazione, oppure alla filosofia, o semplicemente impossibilitate a costruire strumenti tecnologici per mancanza, per esempio, di arti.
Anche qui, la statistica ci dice che la possibilità dell’esistenza di un’intelligenza aliena tecnologica (quindi in grado di confrontarsi con la nostra) è praticamente pari a zero.

Infatti se tutte le forme di vita sulla Terra, attuali e passate, fossero intelligenti soltanto una (noi) potrebbe essere tecnologica (almeno al livello di complessità raggiunta) perché morfologicamente adatta o adattata.
Pensiamo a un cane intelligente, oppure a una medusa intelligente o a un ragno intelligente e valutiamo quante possibilità avrebbe di riuscire a costruire oggetto tecnologico un minimo complesso.
Stiamo parlando quindi ancora di una sola possibilità su moltissimi miliardi.

Insomma se non è zero, è quasi zero la possibilità che una intelligenza extraterrestre sia anche tecnologica e quindi possegga gli strumenti per interagire con noi, quali radio oppure astronavi.
💡 L’ipotesi che intelligenza e capacità tecnologica siano due facce della stessa medaglia è certamente da prendere in considerazione, ma al momento mi sembra sia più che altro una speculazione non supportata da fatti.

Il tempo.
La nostra capacità di sondare il cosmo alla ricerca di vita ha poche decine di anni, su un tempo evolutivo della specie piuttosto breve, che è di poche centinaia di migliaia di anni.
Analizzando la storia delle forme estinte, possiamo valutare in pochi milioni di anni la durata della nostra presenza su questo pianeta.
Dopo di che ci estingueremo come tutti quelli che ci hanno preceduto. E così dobbiamo aspettarci che succeda anche alle forme di vita aliene.

Possiamo immaginare che l’intelligenza nell’universo appaia come un sequenza di luci intermittenti, ognuna delle quali si accende un attimo (qualche milione di anni è un attimo rispetto all’età dell’universo) e poi si spegne.
Come il brulicare di tanti flash che si vedono negli stadi o nelle manifestazioni notturne.

Il problema quindi è che le due luci devono essere sincronizzate per permettere un incontro. Vale a dire che l’evoluzione intellettiva e tecnologica deve essere sostanzialmente contemporanea per entrambe le razze che si incontrano.

In un universo che ha quasi 13 miliardi di anni, e nonostante centinaia di miliardi di galassie, questa possibilità è piuttosto scarsa.
Per tornare all’esempio dello stadio di prima, dovremmo trovare due flash che scattano nello stesso preciso istante e oltretutto devono essere uno accanto all’altro.

Possiamo anche dire, come ulteriore esempio, che la possibilità è la stessa che hanno due concorrenti di un quiz di premere contemporaneamente il pulsante senza essere avvertiti che la domanda è terminata. O addirittura senza che la domanda venga fatta.

Conclusioni.
Ognuno dei punti illustrati mostra chiaramente che la possibilità di incontrare una forma di vita intelligente fuori dal nostro pianeta è prossima a zero. Messi assieme la rendono di fatto nulla.

Se esistono alieni intelligenti o sono già estinti, o devono ancora nascere, o sono troppo lontani, o sono troppo strani.

Non farei molto affidamento quindi su chi dice che sono già qui e hanno addirittura anche un aspetto umanoide, con due braccia e due gambe e, mi si permetta la volgarità, un culo.
Che deve essere certamente enorme (rispetto al nostro) visto che sono riusciti a trovarci in mezzo a duecento miliardi di stelle e, a 5 miliardi di anni dalla nascita del sistema solare, proprio nel momento in cui noi ci siamo evoluti. 😉

Rif:
Centro Italiano Studi Ufologici
Centro Ufologico Nazionale
CICAP
Paradosso di Fermi
La vita nell’universo


Distanze

Riprendo un articolo letto su un sito in inglese: How Hubble killed God… .

Era mia intenzione scrivere qualcosa del genere già da tempo, ma le circostanze me lo avevano sempre fatto rimandare.
L’articolo in questione ha un approccio all’argomento più teosofico che astronomico e, per quanto ne condivida in parte le argomentazioni, non è questo il punto che vorrei sottolineare.

Il 9 marzo del 2004 la NASA ha pubblicato una fotografia ripresa dal telescopio spaziale Hubble.
A parte l’ambito astrofisico e astrofilo, questa immagine non ha avuto un grande impatto sulla maggior parte delle persone e dei media, ed è un vero peccato perché siamo di fronte a un evento di assoluta eccezionalità che varrebbe la pena di conoscere ed approfondire.

Se in una notte serena alziamo gli occhi al cielo, inquinamento luminoso permettendo, potremmo riuscire a contare al massimo 2500 stelle.

Sono tutte stelle che fanno parte della Via Lattea, la galassia nella quale ci troviamo. In realtà la Via Lattea conta all’incirca 200 miliardi di stelle (miliardi, non milioni) e il suo diametro è approssimativamente di 100’000 anni luce.
La stella più vicina a noi è Proxima Centauri che dista circa 4,5 anni luce.
Per anno luce, sappiamo ormai tutti, che si intende la distanza percorsa dalla luce in un anno (se volete la distanza in Km potete farvi un rapido calcolo sapendo che la velocità della luce si aggira sui 300’000 Km al secondo!).
Questo vuol dire che se guardiamo Proxima Centauri al telescopio la vediamo oggi come era più di quattro anni fa. In pratica stiamo guardando al passato di quella stella.
Attualmente la velocità massima raggiungibile da una astronave è inferiore ai 100’000 Km/h, che vorrebbe dire che ci servirebbero circa 50’000 anni per raggiungerla (secolo più, secolo meno).
Immaginate il vostro vicino che sta al di là della strada e voi dovete impiegare 50’000 anni per andargli a chiedere lo zucchero in prestito. 😕  E poi dovete anche tornare a casa!

Se, dopo aver guardato le stelle, fissiamo una piccola area che appaia completamente vuota tra di esse, potremmo dire di star facendo una cosa senza molto senso, visto che lì non c’è nulla.

Invece è proprio quello che ha fatto il telescopio spaziale.
In 400 orbite intorno alla Terra, Hubble ha scattato 800 fotografie di una stessa porzione vuota del cielo, pari appena ad un decimo della Luna, variando le lunghezze focali per ottenere alla fina una immagine combinata dello spazio più profondo che, lungi dall’essere vuoto, ha mostrato una incredibile densità di oggetti celesti.

Questa immagine è conosciuta come Hubble Ultra Deep Field (UDF).
Tutto ciò che si vede non sono stelle, sono galassie. Sono tutte galassie. Sono circa 10’000 galassie comprese tutte in un pezzettino minuscolo di cielo.
Le più dettagliate distano da noi circa un miliardo di anni luce, vediamo cioè come erano quelle galassie un miliardo di anni fa. Quelle meno definite sono galassie che vediamo come apparivano appena 800’000’000 di anni dopo la nascita dell’universo, vale a dire 12 miliardi di anni fa!

Ognuna di queste galassie è composta a sua volta da centinaia di miliardi di stelle e la parte di cielo che questa superba immagine ci mostra è solo una porzione 13 milioni di volte più piccola dell’intera volta celeste! Questo dovrebbe darci una pallida idea su quanto grande sia in realtà il nostro universo. Altro che le 2500 stelle che vediamo (male per giunta).

Se volete dare un’occhiata ancor più nel dettaglio a questa immagine collegatevi a questo link: http://www.aip.de/groups/galaxies/sw/udf/swudfV1.0.html

Se l’universo è stato creato in funzione dell’uomo, come sostengono i credenti, appare evidente una certa sproporzione tra l’obiettivo della creazione e la sua implementazione.
C’è, come minimo, uno spreco di risorse. E di tempo anche, visto che sono occorsi quasi 13 miliardi di anni per arrivare a noi.
Nulla impediva al creatore di fare un piccolo o grande pianeta e circondarlo di una sfera nera sulla quale disegnare miliardi di puntini luminosi se la funzione era solo quella di una semplice decorazione notturna a uso dei romanticoni innamorati.
Avrebbe speso meno, impiegato meno tempo e avrebbe ottenuto la stessa attenzione da parte dei suoi fedeli, vale a dire nulla impegnati come sono a farsi la guerra in suo nome.

Paradossalmente sono più gli atei come me a incantarsi davanti alla potenza del loro Dio.