Spiritualità innata

Forse nel titolo di questo post potrebbe starci anche un bel punto interrogativo.

Lo spunto mi è dato da un post di Zanchina sul suo blog che io ho commentato a proposito della religione e della spiritualità dell’uomo, e dalla relativa risposta che ho ricevuto, alla quale si poi è associato, gradito ospite, anche Filippo.
Potete rileggere i loro commenti in calce al mio intervento precedente, ovviamente dopo aver dato un’occhiata a quello di Zanchina.

Mi sono reso conto che questa piccola discussione meritava un approfondimento che andasse oltre il batti e ribatti di qualche commento, e così ho deciso questo post, che riguarda però un solo aspetto del discorso più ampio di Zanchina.

Dico subito che l’argomento è tosto e che non mi assumo nessuna responsabilità su conseguenti mal di testa che può provocare o crash del vostro PC.

In sintesi, mentre io sostengo che la religione trova la sua ragione di essere essenzialmente nella necessità degli uomini di riconoscersi come gruppo o entità (l’ho definita identitaria), Zanchina e Filippo invece nei loro commenti hanno in comune un punto di vista, che a una prima impressione dovrebbe essere dato per scontato, e cioè che le religioni sono espressione anche di un bisogno di spiritualità innato nell’uomo.

Personalmente proprio su questo ultimo punto ho qualche perplessità in proposito e mi sono indotto a fare questo intervento.
Siccome mi rendo conto che un punto di vista simile possa sembrare una specie di eresia cercherò di motivarlo. Qualche semplificazione è inevitabile, ma credo che per questo sarò scusabile.

Vorrei cominciare dal concetto stesso di spiritualità. Spesso siamo portati ad utilizzare i termini nella loro accezione più scontata senza soffermarci troppo sul loro reale significato o, meglio ancora, sulla loro origine.
Quando si parla di spiritualità si fa riferimento soprattutto al trascendente, quella specie di afflato, impossibile da definire, che ci fa sentire che esiste qualcosa oltre la materialità del nostro universo e dei nostri sensi. Una specie di percezione extracorporea di un altro universo.
Siccome tutti i popoli hanno (e hanno avuto) questa percezione, la conclusione logica è che sia una cosa innata nell’essere umano.
Molti motivano questa necessità spirituale come prova indiretta dell’esistenza di una divinità.

La conclusione è logica, ma non scontata.
Se a monte di questa percezione, nella notte dei tempi della nostra evoluzione, ci fosse un meccanismo biologico e/o sociale che la innesca ci troveremmo invece a dover commentare una origine culturale, conseguenza di un fenomeno e non causa, e verrebbe a cadere quindi il concetto di innato.

Non è fuori luogo ipotizzare, che nel lento processo evolutivo, il primo fenomeno spirituale col quale si devono essere confrontati i nostri lontanissimi progenitori sia stata la progressiva presa di coscienza di esistere e non il trascendente.

La coscienza di esistere è un meccanismo estremamente complesso, ancora oggi ignoto nei suoi aspetti e nelle sue implicazioni. Essa ci dà la possibilità di osservarci dal di fuori, come in uno specchio, e questo non può non avere come conseguenza la percezione, da parte dei primi homo, di un qualche cosa di evanescente, esterno alla materialità del nostro corpo, che permetta questo sguardo.
Questo qualche cosa non è definibile, al pari di un osso o una pietra, e quindi porta inevitabilmente (grazie ad un cervello adeguato come quello dei nostri antenati) alla nascita di concetti astratti. Questa presa di coscienza è naturale venga poi rivolta anche all’ambiente circostante, alla ricerca del senso delle cose.
Il concetto astratto di senso (significato, finalità) rappresenta un ulteriore e fondamentale passo nell’evoluzione del pensiero e culmina nella ricerca del senso della vita (col quale ancora oggi fatichiamo a confrontarci), ossia nella definizione di spiritualità.

Da questo momento in poi è inevitabile pensare che nel mondo primitivo si formassero concetti diversi e separati di spiritualità per ogni tribù o clan di una umanità frammentata e dispersa per il mondo, e che attorno a questi concetti si formasse poi l’identità tribale in quanto bene comune condiviso. Di qui la mia idea di fattore identitario.
La successiva codifica dei concetti in riti propiziatori e funebri portava alla nascita delle religioni (che sono organizzate per definizione quindi).

In particolare nel culto dei defunti si può ravvisare una possibile ulteriore concausa nella definizione di spiritualità.
Possiamo ben immaginare cosa dovesse sembrare a delle scimmie un po’ evolute la sensazione provata nel ricordare e sentire le parole e il pensiero del defunto, che continuava per ciò a condizionare la vita degli altri membri del gruppo pur nella sua assenza.

Non meno importante nella definizione della spiritualità è la malattia.
Una cosa misteriosa e indefinibile (ben diversa dall’incidente di caccia) e foriera di morte che la faceva rientrare necessariamente (e forse in maniera ancora più condizionante) nel novero delle entità esterne e immateriali, sotto forma di divinità maligna che bisognava ingraziarsi.
In questo contesto lo sciamano arriva ad avere indirettamente potere sula vita e sulla morte, tanto da assumere un forte rilievo nella comunità non solo nell’aspetto pratico di guaritore, ma anche in quello di capo religioso che, nutrendosi del bisogno di risposte, alimenta egli stesso inevitabilmente questo bisogno.
Questo perché il guaritore/sacerdote in realtà non dà delle risposte, ma gestisce la spiritualità fossilizzandola così in un concetto astratto che si è trascinato fino ad oggi, tanto da apparire ai più come una necessità innata. Cosa che invece a mio giudizio non è.

Le vere risposte arriveranno con la scienza, ma questo apre un nuovo capitolo.

Mi rendo conto che questo sia un tema piuttosto complesso da affrontare, e poco dibattuto in una blogosfera fatta quasi sempre di cuoricini e lacrime, ma ogni tanto si può cercare di volare alto, e se chi ha fatto la fatica di arrivare a leggere fino a qui non ha capito niente, si consoli.
Non ho capito niente neanch’io.
In realtà ho usato un generatore automatico di testi che non è sempre affidabile: il mio cervello. Mi auguro che la prossima release sia più stabile.

Ad ogni modo mi piacerebbe sentire altre opinioni.

Grazie a Zanchina e Filippo.

 


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19 pensieri su “Spiritualità innata

  1. Ciao… Il tuo intervento è molto interessante e va ad approfondire la questione proprio dove lo ritenevo più opportuno. Colgo comunque l\’occasione per ribadire come secondo me la religione nasca dalla commistione fra il bisogno di spiritualità e di identità dell\’uomo, due bisogni che a ben guardare sono speculari ad un altro binomio tipico dell\’essere umano: da una parte il bisogno di sicurezza, dall\’altra il bisogno di libertà. Può sembrare strana, magari caratterizzata da una notevole tensione ideologica, questa mia interpretazione; tuttavia io credo che il bisogno di sicurezza umano si identifichi nel bisogno di spiritualità, mentre quello di libertà vada ad identificarsi in quello di sicurezza. E questo va a caratterizzare, sempre a mio avviso, un altro fenomeno storico, quello del rapporto tradizionale tra Stato e religione, a partire dalle antiche società tribali fino al mondo antico e da lì fino alla società odierna. Forse abbraccio la cosa su temi eccessivamente larghi aprendo involontariamente il fronte a nuove discettazioni, ma sono convinto al tempo stesso di non aver nè causato una contrapposizione ai tuoi concetti, che infatti apprezzo completamente, nè una divagazione infondata. Può essere considerato lo Stato, almeno nelle sue origini iniziali, come una proiezione dei bisogni umani di libertà e di sicurezza, al pari della religione intesa come la proiezione, sempre allo stadio iniziale, dei bisogni umani di identità e di spiritualità? Ciao, Filippo.

  2. Ciao Bruno mi dispiace di aver letto tardi i tuoi commenti sulle comunità ..sono molto molto interessanti,purtroppo anche io zoppico un po in inglese ma credo di aver capito che(in parole povere e ad una visione molto ravvicinata) quell\’orecchio sembra non aver il buco d\’ingresso cioè o scurisci molto di più tutto l\’interno o se è illuminato fai vedere il buco…dimmi cosa ne pensi ciao Anna

  3. rimane comunque il giudizio di un ritratto di qualità superiore alla media …puoi togliermi una curiosità personale? quanti anni hai?scusa se sono invadente 🙂

  4. Se si definisce la religione una cosa innata, allora lo si può anche considerare un istinto, come quello di riprodursi!
    La religione è individuale. Crescendo e maturando, credo, che la spiritualità possa iniziare ad esserci.
    L\’uomo fondamentalmente si sente solo, lo rivelano anche le ricerche scientifiche per cercare qualche forma di vita sugli altri pianeti, ha bisogno di un capo, lo confermano le diversissime forme di governo. Ora vorrei sapere, come rimarrebbe l\’umanità nel constatare che, ipoteticamente, "aldilà" non c\’è nessuno?
    Riguardo alle scimmie che contemplano i defunti, beh potrei effettivamente affermare che si confonde l\’affetto con la religione. Il problema è che l\’uomo ha L\’ESIGENZA di avere tutto sotto controllo, di spiegarsi e spiegare, di identificarsi. Credo che il lavoro più grande sia stato fatto durante l\’età barocca, sai, dopo la scoperta dell\’infinità dell\’universo, l\’uomo ha smesso di darsi arie e si è sentito infinitesimamente piccolo per affrontare tutto il resto, e la chiesa troppo addosso da far inculcare nel cervello dello stesso che da solo è perso.
    Viva la libertà di pensiero!

  5. un bacino gigante da kenny!!! e ora… devi smettere di fumare!!! non serve più!!! ;))))
     
    grazie…
     
    chicca
     
     
     

  6. Ciao. Io parlo di spiritualità, che è individuale, perchè la paura dell\’uomo di fronte alla morte, all\’inconoscibile per definizione, vuole trovare una sponda. Filippo ti ha dato una risposta certo più razionale della mia, io, da atea cresciuta però con un\’educazione cattolica e molto curiosa di tutte le religioni, capisco che è molto diffusa la ricerca dell\’uomo in questo senso e non è solo un bisogno identitario.
    Se ogni uomo riconoscesse nel progetto di ricerca di una propria spiritualità una necessità egualmente condivisa da tutti gli altri uomini, troverebbe forse più facile identificarsi con il resto dell\’umanità. Ma le religioni sono nate per non far cercare, pensare, dubitare, in una parola per estinguere l\’unico vero legame che l\’uomo ha con i suoi simili.    

  7. Zanchina, il problema non è la spiritualità buona e la religione cattiva. Come ho detto nel mio intervento, la spiritualità ha generato e alimentato la religione e la religione ha alimentato la spiritualità, in un circolo vizioso.Quello che ho cercato di chiarire nel mio intervento è che la spiritualità è solo un bisogno indotto e in quanto tale può e deve essere superato. Solo questo superamento può dissipare la nebbia che avvolge oggigiorno la ragione.

  8. Per me spiritualità non è sinonimo di religione. Una religione ha  delle regole interne e dei riti che la differenziano dalle altre religioni, mentre la spiritualità è una cosa legata più alla persona che alla comunità….quindi la spiritualità è innata, la religione è conseguenza della ricerca della spiritualità e obbligatoriamente viceversa, ma che confusionaria sono……ciao Bruno:-)

  9. Sono d\’accordo con Anima e Cuore, la spiritualità non è la religione, sono due cose che vanno su piani differenti, però la religione attinge dal bisogno di spiritualità dell\’uomo… Ciao, Filippo.

  10. ciao Bruno! Felice di riprendere a frequentare il tuo blog, se per caso 🙂 rammenti di me, avevo chiuso il mio intorno a giugno, ora l\’ho riaperto e ho nuovi frequentatori!
     
    Complimenti per il tuo argomento, la spiritualità secondo me è uno dei mali del mondo, un bisogno certo, che ci rende diversi da gruppo a gruppo a seconda delle risposte che diamo. E dire che qualcuno ultimamente ha attaccato il laicismo..rob da non crederci!
    Ho notato che non si parla mai di paure, o forse non ho letto io?? Pensa, senza voler esagerare nell\’atteggiarmi a grande erudito, ho messo da tempo on-line una sottospecie di ebook, e l\’ultimo argomento l\’ho intitolato religione e paure.
     
    Secondo me tutto deriva dalla paura di non capire, di morire e non sapere dove si finisce. Pare che i neanderthal non si domandassero questo, e non avessero riti funebri. Mentre noi, cro-magnon sapiensx2, non riusciamo ad accettare questa realtà e ne cerchiamo un\’altra. I nostri antenati cavernicoli dovevano avere una bella paura della morte, o del solo fatto di non trovare prede o cibo, e che si richiamassero ai defunti prima e agli spiriti divini poi, per assicurarsi la fortuna, o un aiuto superiore in mezzo alla natura leopardiana, quella tanto pessima e porta sfiga. Quindi secondo me deriva tutto dalla paura, paura di non farcela, ricerca di un aiuto ultraterreno per avere la marcia in più, lo stimolo e la certezza di riuscire nell\’ignoto. Una ricerca di certezze inzomma. Che tu dici? Saluttti!!

  11. Ti ringrazio per essere passato, ho notato che anche tu sei sottoposto a forte stress, trattavasi non di due delfini ma di due mucche!! Cmq si, in altre religioni, non c\’è tutta sta paura di morire, ma io intendevo i bisogni primordiali, da cui poi sono scaturite le relgioni sempre più ""moderne"". Ad ogni modo siamo fermi a 1600-2000-3000 anni fa. Forse i nostri bisogni, anche spirituali, hanno bisogno di qualche risposta più contemporanea. Salüt!

  12. Ciao scusa il disturbo..volevo chiederti un favore…
    io dovrei mettere un imagine nel windows media player
    ma sto girando da tano sui blog ma nn c\’è
    scritto da nessuna parte..sono arrivata qui
    e ho visto hce tu c\’è l\’hai..come hai fatto? mi puoi  aiutare?

  13. scusa ma…la traduzione dove la trovo?:-)
    la spiritualità ha generato e alimentato la religione e la religione ha alimentato la spiritualità, …………………in un circolo vizioso.ti ho seguito dai…argomento con migliaia di sfacettature questo…
    Bacio
     
     

  14. Ciao Bruno,sono Fausto un amico di Tiziana e ci siamo conosciuti al Judo for All di quest\’anno.Capito spesso a curiosare sul tuo blog che ritengo sempre interessante visto che spazia e tratta sia di tecnica che non come in questo caso.Scrivo perchè sono assolutamente daccordo con quanto pensi riguardo "l\’innata spiritualità" avrei due interessanti articoli di un filosofo che credo tu conosca Umberto Galimberti ma non so se posso inserirli nel blog (sono in formato pdf), sono articoli apparsi su La Repubblica delle Donne qualche tempo fa, inutile cerchi di riassumere quanto da lui affermato (sono una frana a scrivere) tenterò di farti avere i file in altro modo.Un caro salutoFausto G.

  15. Ciao Fausto. Purtroppo non posso risponderti sul tuo blog perché non è pubblico.
    Conosco bene Galimberti che ritengo essere, assieme ad Odifreddi, una delle menti più lucide nel nostro panorama culturale e ho sicuramente letto gli articoli ai quali ti riferisci. Per quanto riguarda la loro pubblicazione sul blog purtroppo ci sono di mezzo problemi di copyright a impedirlo. Eventualmente puoi provare a chiedere l\’autorizzazione alla redazione di D per la pubblicazione di qualche stralcio (non è sufficiente chiederla all\’autore, perché è materiale di proprietà dell\’editore).
    Ovviamente dopo aver reso pubblico il tuo blog 😉

  16. Ciao Bruno,
    mi trovavo nel tuo space, segnalatomi da un\’amica, per attingere notizie sulle modalità di utilizzo degli spaces, ma, da curiosona quale sono, mi sono soffermata sulle tematiche di mio interesse… in primis non ho potuto non notare il sottotilo dello space che fa riferimento al rapporto fra arte e cultura… poi sono arrivata al blog e al post sulla spiritualità… sono lieta di notare che c\’è qualcuno che propone di volare alto ogni tanto… fra tante chiacchiere è bello leggere parole tese ad edificare…
    … per ciò che attiene la disquisizione sulla spiritualità e la religione, poi, ammetto che è un tema molto complesso, per me di grande interesse… io sono una voce fuori dal coro costituitosi nel tuo space attorno all\’argomento, nonostante le diversità sembra siate tutti atei o pseudoatei o agnostici, io invece sono professante cattolica, più per scelta che per tradizione, (e non lo dico come vanto, tantomeno per ergere dei muri e di solito non mi piace etichettare, etichettarmi o cose simili, ma credo sia onesto che le parole scritte e lette vengano contestualizzate almeno un po\’),  pertanto la mia percezione di spiritualità è intrisa di soggettività, pur sapendo tanto sulla riflessione filosofico-socio-antropologica attorno al tema… pertanto ciò che voglio dire è molto semplice: ogni giorno dentro di me io sperimento un bisogno, un desiderio ma anche l\’incontro con una presenza che mi trascende…
     
    Spero che anche la voce della mia soggetività possa contribuire a volare alto!
    Grazie!
    Rosella

  17. Rosella, il tuo blog non è pubblico e quindi non posso ricambiare la visita. Le idee, tutte le idee, se associate alla tolleranza, sono come le piume, più ce ne sono e più si vola alto 😉
    Grazie del tuo contributo.

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